Un Paese normale chiede servizi e lavoro non ideologie

 

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Degrado, Trasporti, e Sicurezza, sono questi i temi per i quali i cittadini romani sono imbufaliti nei confronti degli amministratori della Capitale. In un crescendo di proteste, da molti anni, forse una o due decine, gli abitanti della città sono tenuti a convivere con un drammatico e crescente senso di disagio divenuto ormai insofferenza.

Il fallimento delle giunte che si sono succedute hanno dimostrato come la contrapposizione ideologica e la conseguente occupazione del potere fossero la sola molla che aveva spinto i governanti di turno a correre per la guida del Comune, senza alcuna azione tesa a risolvere i problemi, sempre gli stessi, che affliggono i cittadini.

L’assenza di risposte a quei bisogni, ha portato al tracollo della sinistra dopo che avevamo assistito in precedenza alla fine dell’esperienza di destra; la conseguenza è stata la scelta dei romani, ma anche degli italiani in genere di affidarsi a gente nuova portatrice di slogan seducenti ma priva di esperienza o peggio ancora di professionalità.

Gli attacchi nei confronti dei nuovi amministratori sono partiti da subito, ovviamente da parte di chi era stato scalzato da posizioni di potere con la voglia di tornare a gestire quelle stanze dove avevano consumato e sprecato il consenso e dimostrato la loro incapacità.

La costruzione nell’opinione pubblica di una immagine della sindaca Raggi come colpevole delle peggiori malefatte, è stato un capolavoro della comunicazione, anche se non era difficile capire come le accuse fossero inconsistenti sul piano del codice penale, anche se significative su quello dell’assenza dei risultati raggiunti.

In poche parole l’occupazione del potere vedi caso Marra, e l’ inerzia nei comportamenti dei nuovi arrivati erano assai simili a quelli dei passati amministratori, ed assolutamente simili sul piano dei risultati.

La delusione per l’esito della sentenza si è associata a quella del referendum sull’ATAC messo in campo dai radicali ma voluta fortemente dal PD, nella speranza di riprendere parte del consenso perso per la insipienza dei governanti, a livello centrale e locale.

Cosa ha spinto i romani a non far raggiungere nemmeno il basso quorum, il 33% , fissato per la consultazione sull’Atac? Non l’indolenza che qualcuno vuole accreditare, ma la consapevolezza della inutilità di un referendum   Una lettura della partecipazione al voto dei diversi quartieri di Roma, restituisce una mappa delle ideologie di quartiere che in una città come Roma coincide con la rendita di posizione dei suoi residenti. Nelle periferie, dove i residenti dovrebbero avere maggiori motivi di insoddisfazione per i disservizi, il quorum è stato bassissimo, mentre  nei quartieri radical chic, come i Parioli, la partecipazione ha sfiorato il quorum.

La Lega, Fratelli D’Italia, il M5S, cioè le forze antagoniste del paese, conoscono il loro territorio, mentre la sinistra rimane arroccata su posizioni ideologiche.

Risultano chiari allora tre dati incontrovertibili.

  1. i cittadini non trovano risposte serie ai problemi citati, ovvero i nuovi governanti del M5S hanno dimostrato tutta la loro incapacità ed incompetenza;
  2. si sono naturalmente schierati per il NO il M5S e la Lega, ma anche Fratelli d’Italia e Liberi e Uguali; tutti certi della non partecipazione dei cittadini:
  3. la voglia di rivincita del PD e degli orfani del patto del Nazareno è stata fallimentare; il referendum è la completa e definitiva sconfitta dei partiti che hanno tentato di cavalcare il disagio popolare su quei temi che, quando solo pochi mesi prima erano al governo della città, non erano riusciti ad affrontare e risolvere.

Anche a Torino per  la manifestazione Si Tav, si è palesata una significativa presenza di uomini e donne, valutati in oltre 30.000 individui,  che sono scesi in piazza senza simboli partitici , nonostante i tentativi di più forze politiche di appropriarsi l’iniziativa.

L’obiettivo degli organizzatori, o meglio delle organizzatrici, era la ricerca di consenso per migliorare il benessere della società, e lo hanno fatto con la volontà di porre un freno alle ideologie del No, interrompere la spirale del pauperismo e della rinuncia ai valori ed a tutto ciòche nega lo sviluppo e la crescita economica e sociale per ridare vita alle azioni che governano molti degli strumenti che ancora abbiamo a disposizione per creare lavoro, sviluppo e coesione economica e territoriale.

Se  le forze politiche che ci governano avessero voluto sapere cosa pensano i cittadini italiani del reddito di dignità, della propria collocazione in Europa, di quale sia il nostro comune e condiviso senso della collettività, lo hanno scoperto nel lungo weekend che si è appena concluso.

E se avessero guardato con più attenzione, avrebbero potuto scoprire che alla politica spetta il compito di mediare tra le diverse esigenze del Paese e che questo ruolo non può essere lasciato alle approssimazioni ideologiche di chi è convinto che le tattiche politiche servano ad eliminare i sindaci o di chi crede che l’utilizzo di strumenti  come l’analisi costi benefici aiutino realmente nella deresponsabilizzazione della scelta di fare o non fare.

Romani e Torinesi, ed è questo il punto di forza di un paese sano che può anche affrontare procedure in eccesso di deficit con l’Europa, hanno agito nella consapevolezza che il sistema di opportunità di sviluppo economico, territoriale e sociale, ce lo siamo scelto, ce lo siamo creato e ce lo siamo pagato.

Chi può veramente pensare che non lo difenderemo.

Abbiamo da tempo sottolineato come sia necessario separare a livello di organismi amministrativi la ricerca di soluzione di problemi da esprimere con consenso condiviso senza fare ricorso ai vecchi stereotipi destra o sinistra.

                                                                  Giuseppe Moesch

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