RIGIDITÀ A CONFRONTO

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Il quotidiano “Il Foglio” ha pubblicato oggi un testo definito “Il manifesto politico di Calenda”, mentre il quotidiano “Il Tempo” ha pubblicato, sempre oggi, un articolo di Denis Verdini dal titolo “Caro Silvio, adesso salva Forza Italia”.

La lettura dei due testi suggerisce alcune riflessioni che sono di fatto il leitmotiv che il Partito Repubblicano Italiano, quello vero e non quello reinventato da Calenda, sta portando avanti dal congresso del rilancio del dicembre scorso.

Ambedue i politici avvertono con preoccupazione e fastidio che il rispettivo mondo di riferimento di fatto non esiste più, e che i conati di accordo tentati verso la fine della passata legislatura, non hanno avuto alcuna possibilità concreta di realizzazione. Due sono i principali motivi di fallimento che possono racchiudersi da un lato nella contrapposizione personalistica dei leader dei due principali partiti dell’epoca, e dall’altro dall’indifferenza mostrata praticamente da tutti gli esponenti della classe politica, che non si sono accorti, o meglio non hanno voluto prendere atto, delle spaventose trasformazioni che la società globale e quella italiana in particolare stavano vivendo.

La tradizionale indifferenza dei partiti nei confronti della gente comune, che veniva presa in considerazione solo al momento del voto, ha creato le condizioni per l’affermazione di due gruppi di aggregazione, la Lega ed il M5S, che hanno saputo offrire spazi di partecipazione attiva a soggetti emarginati dalla vita politica che hanno compreso che il loro ruolo non era altro che quello di portatori d’acqua alla classe dominante che non era più individuata come quella dei ricchi contrapposti ai poveri o degli operai contrapposti alla borghesia. Impossibile comprendere le differenze tra il PD e Forza Italia se non attraverso gli slogan storici. Difesa di interessi spesso inconfessabili, occupazione dei vertici con personaggi discutibili, disinvolte azioni di accorpamento con il solo obiettivo di occupare i gangli senza una strategia industriale a soddisfazione di esigenze collettive, le banche prima dei cittadini, elemosini invece di lavoro, politiche di sudditanza rispetto agli altri Paesi europei e nessuna proposta di politica europea degna di far riprendere il proprio ruolo all’Italia a livello internazionale.

Già ascoltando le dichiarazioni degli esponenti di Forza Italia e del PD che ad ogni ora inondano i vari tg con percentuali di presenza che ancora tiene conto dei vecchi equilibri che i giornalisti e le testate non intendono modificare, sembra di assistere ad uno spettacolo surreale: un attacco continuo ai due partiti che hanno formato il governo, trattati come degli usurpatori, come se la loro permanenza non fosse supportata dal consenso espresso in Parlamento dai rappresentanti di quel popolo, considerato beota se a vincere sono forze diverse da quelle presenti da sempre in parlamento, ed invece sovrano se i vincitori sono quelli legittimati dalla tradizione.

Non mi piacciono le posizioni della Lega come quelle del M5S, per ragioni diverse ma unite da una componente comune, ovvero quella del raggiungimento del potere a tutti i costi ma non per attivare quelle politiche sventolate in campagna elettorale, consapevoli della impossibilità della loro realizzabilità, ma per il potere fine a se stesso.

È solo una normale prassi di avvicendamento al potere, una ruvida azione di sostituzione di élite, perpetrata con un atto rivoluzionario, con un colpo di mano utilizzando gli odierni mezzi della coartazione di massa.

C’è del falso ideologico alla base del successo di ambedue i partiti vincitori, ma altrettanta protervia vi è nei partiti storici, che invece di denunciare a se stessi la propria sconfitta, e spiegare al Paese perché hanno perso consenso con le loro proposte ottuse ed astratte rispetto ai bisogni della gente continuano a compiacersi della loro diversità.

Ritornando quindi ai due scritti citati ci troviamo ad analizzare il comportamento del neofita piddino Calenda e di Berlusconi nella visione verdiniana.

Calenda aveva speso se stesso ed il suo nome all’interno di un governo a guida PD ma con una squadra formata da esponenti di spicco di provenienza democristiana o di modesti socialisti e comunque di area moderata, tanto da generare, in fase di redde rationem, la scissione della componente di matrice sinistrorsa, a formare LEU.

Calenda ha deciso di schierarsi quando ha capito che non esistevano all’interno di quel partito ormai agonizzante, personalità tali da ergersi a nuovi leader. E che fosse vero lo si legge dal caos e dalla lotta tra nani della politica che hanno convissuto in presenza di un esuberante Renzi, che non poteva certo permettere a potenziali aspiranti capi di emergere. Calenda ha potuto esprimere la propria personalità perché in effetti era considerato un estraneo e quindi non pericoloso, e quando era diventato necessario trovare un nuovo Capo ha compreso che doveva entrare in gioco iscrivendosi direttamente alla segreteria, anzi come potenziale segretario del partito del futuro e della rivincita. Tuttavia, consapevole del fatto che si trattava pur sempre di un partito monstre, lento, farraginoso e poco propenso ai repentini cambiamenti di linea che la base non riesce a comprendere, ha lanciato il suo manifesto, proponendo con faccia nuova le stesse cose che l’elettorato aveva già bocciato il 4 marzo ed il 10 giugno. Una osanna ad un piano Minniti, alle fallimentari politiche del lavoro ed alla sua creatura meglio riuscita ovvero quella industria 4.0, cercando così di attrarre i buoni borghesi o i buoni ex operai ed ignorando nuovamente che cosa la gente chiede; ha attivato le sirene per tranquillizzare i suoi nuovi compagni di strada, non quindi per cambiare, per riconoscere gli errori ma per rivendicare quella stessa politica che ha portato il PD allo sfascio e per ottenere una rivincita e ritornare ai fasti di un tempo.

Il richiamo di Verdini a Berlusconi può essere letto utilizzando lo stesso paradigma; non una presa d’atto dell’assenza di una politica e di una squadra, ma il richiamo della foresta a colui che seppe, con un guizzo paragonabile a quello dei Grillini, coinvolgere un Paese orfano della DC e dei Socialisti Craxiani. La nostalgia di quel periodo spinge il fine politico Verdini a rimpiangere il patto del Nazareno non realizzato e compiuto; l’azione coordinata di chi non voleva in nessun modo condividere il potere per affrontare i problemi del Paese, congiuntamente all’azione dei forcaioli, di una stampa interessata e di una parte della magistratura, ha fatto il resto.

L’anatra zoppa ha dovuto subire la crescita nel suo stesso campo di un leader come Salvini, assai più rozzo ma proprio per questo più in sintonia con un elettorato assai più ignorante ed incazzato. Quello che sembrava un fenomeno legato alle piccole e medie imprese del Centro Nord ed alle Partite IVA e agli artigiani costretti a subire uno Stato visto come un rapinatore da strada, si è trasformato in un interlocutore in assenza del titolare di quello spazio di centro destra che non aveva più una rappresentanza a seguito della guerra tra bande. Come nel PD anche in Forza Italia non c’era una squadra pronta, e non poteva esserci perché nessuna altra figura di così alto profilo avrebbe potuto emergere in presenza di un uomo come Berlusconi. Delfini annunciati o aspiranti tali, talvolta patetici, hanno solcato le scene ed hanno anche pensato di poter fungere da sostituti, e correttamente Verdini sa che solo Berlusconi può rimetter insieme una compagine capace di vincere; ma il problema come per il PD non è il tentativo di rivincita che potrà fare il miracolo.

Di nuovo ci troviamo di fronte alla limitatezza di un visione politica miope. La storia non si ripete mai; può presentare delle analogie ma le stesse non giustificano comportamenti ripetitivi e ripetuti.

Il Partito Repubblicano Italiano, quello vero e non quello di Calenda, aveva attraverso le indicazioni di alcuni suoi esponenti denunciato la fine della dicotomia manichea destra sinistra. Avevamo lanciato un messaggio che non è stato raccolto fino ad ora. Tutti i portatori di valori non ideologicizzati intorno ad un tavolo senza pregiudizi per tentare di affrontare e risolvere i problemi che sono sul tappeto e che probabilmente aumenteranno nei prossimi mesi, per la voglia di strafare dei nuovi governanti.

La cosa più singolare è che anche all’interno del PRI sono presenti una pluralità di voci dissidenti sia nella speranza di trovare qualche posticino di sottogoverno, sia perché dopo anni di inesistenza politica non sono più in grado di affrontare i nuovi temi e si arroccano sulle vecchie e da tutti amate figure di un glorioso passato.

                                                        Giuseppe Moesch

 

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