SAVONA E IL MOVIMENTO 5 STELLE

Ascoltare le parole della candidata a coprire il dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti sulla necessità di eliminare progetti per grandi opere di cui il Paese ha assoluto bisogno che secondo la stessa avrebbero dovuto essere valutate sulla base dell’analisi costi benefici, e la ventilata nomina del Professor Paolo Savona come ministro dell’economia nel costituendo governo Lega-M5S, hanno prodotto lo stesso fastidio dello stridore di unghie sul vetro. Solo l’ignoranza, nel senso della non conoscenza, può permettere di mettere insieme l’uomo e le proposte.

La storia nesce da lontano.

Nel 1981 al culmine di una crisi politica, economica e sociale estremamente grave, l’elezione di Spadolini, primo presidente laico, esponente di un piccolo partito, il Partito Repubblicano Italiano, segnò il punto di svolta. L’autorevolezza del partito di appartenenza e dell’uomo, fine intellettuale, fecondo giornalista e parlamentare, furono in grado di modificare i comportamenti collettivi e la società italiana seppe dare quel colpo di reni per risollevarsi e creare quello slancio che ci portò ad essere il quinto o il sesto paese più rilevante del mondo occidentale. Il motivo del successo fu dovuto anche alla squadra di governo che Spadolini volle intorno a sé. Gente giovane, preparata, e figlia di quell’Italia che nel dopoguerra si era formata e si era aperta alla cultura internazionale. Della squadra faceva parte Giorgio La Malfa, come Ministro del Bilancio, figlio di uno dei padri della patria, che da lui aveva ereditato la capacità di comprendere i problemi del Paese, ed i pericoli insiti in una società chiusa a riforme ed a controlli. Segretario generale del Ministero fu nominato Paolo Savona brillante economista, già direttore con Guido Carli alla Banca d’Italia e successivamente direttore generale della Confindustria quando Carli ne divenne Presidente.

Gli studi economici di quell’epoca cominciavano a sviluppare tecniche di valutazione adottate per comprendere quali dovessero essere i progetti da finanziare a livello internazionale; in particolare la Banca Mondiale applicò queste tecniche, tra cui appunto l’analisi costi benefici.

In quel periodo si ritenne che le scarse risorse disponibili non potevano più essere distribuite a pioggia secondo i desiderata dei potenti di turno, ma dovevano essere distribuite sulla base di valutazione attendibili e rigorose, che tenessero da un lato conto della redditività economica e dall’altra della volontà politica del governo, ma non sulle singole opere, bensì sulla base del contributo che le stesse potevano offrire alla soluzione dei problemi del Paese. Non solo quindi una giustificazione finanziaria, cioè analizzare se i costi da sostenere per realizzare l’investimento fossero coperti dai proventi che da essi si generavano, ma una valutazione economica, che permettesse di evidenziare i benefici complessivi per la società e quindi anche quelli difficilmente quantificabili come il miglioramento della salute, la qualità dell’aria e così via. L’idea base era che le risorse investite dovessero essere altrettanto produttive quale che fosse il settore in cui venivano investite ed all’interno dei settori quale che fosse il progetto da valutare, attribuendo dei pesi a quei progetti che rappresentavano delle priorità per lo Stato, priorità definite ex ante in modo da evitare discrezionalità.

Questi temi si sono sviluppati fino ai giorni nostri portando alla utilizzazione delle tecniche derivate per cui oggi parliamo ad esempio di VIA, Valutazione di Impatto Ambientale o di inquinamento, o di vaccini.

Nella fase di istituzione del FIO, Fondo Investimenti e Occupazione, così si chiamò lo strumento di attuazione furono chiamati ad offrire il loro contributo oltre ai più significativi dirigenti dello Stato tra i quali il capo ufficio studi della Banca d’Italia che sarebbe in seguito diventato Governatore della stessa, anche i maggiori esperti dell’argomento che in Italia erano elencabili sulle dita di una mano. Fecero parte quindi del gruppo anche degli economisti che lavoravano con Spadolini, il consigliere economico Bruno Trezza, ed i suoi allievi il Professor Pietro Rostirolla ed il sottoscritto, ed ancora il professor Paolo Leon, che era appena rientrato dalla Banca Mondiale. L’altro studioso che si occupava di questi temi fu il professor Vittorio Marrana, che tuttavia non era nel gruppo.

Furono chiamati da Washington il Professor Giuseppe Pennisi per gestire l’intero progetto ed il Professor Pasquale Scandizzo come esperto per la gestione elettronica del modello economico.

Il progetto funzionò per un certo periodo fino a quando cioè la burocrazia e la politica non snaturarono in parte la proposta e le finalità che si volevano raggiungere.

In particolare negli ultimi anni abbiamo assistito al fiorire di grandi esperti, purtroppo di parte, che, nascondendosi dietro la nobile tenda dell’analisi costi benefici, hanno trasformata la stessa in una banale analisi finanziaria, facendo quindi discendere la valutazione di opere socialmente rilevanti con ricadute sul benessere della collettività, dalla capacità di essere coperte dai ricavi finanziari derivanti, trascurando tra l’altro che quei ricavi dipendono da spesso da tariffe che sono dettate da scelte politiche.

Tutti i progetti da eliminare enunciati dalla Ministra in pectore, sono stati sottoposti a rigorose analisi, ma messi in discussione da esagitati arruffapopolo su basi ideologiche demagogiche e populistiche.

Vedo con orrore l’ipotesi della presenza nello stesso Governo del Professor Savona con questi portavoce dell’isteria collettiva.

Giuseppe Moesch

 

 

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