PENSANDO AL 25 APRILE

Nei giorni scorsi, con la recrudescenza dei fenomeni definiti di bullismo, ma che sono esclusivamente fenomeni di piccola criminalità, avevo deciso di scrivere una riflessione che non ho pubblicato, per una certa ritrosia al pensiero che i soliti idioti avrebbero commentato contro il solito saccente professore. Tuttavia stamane ho avuto il piacere di leggere un solito, solido e lucido commento di Widmer Valbonesi sul significato della festa del 25 aprile, che mi ha fatto decidere per la pubblicazione.

In campagna elettorale abbiamo sottolineato, alla luce del nostro programma, che eravamo giunti ad un punto di non ritorno per quanto riguarda la scuola. Avevamo sottolineato come la “Buona Scuola” era una paradossale illustrazione di una misera realtà, e tra le proposte avanzate sulla qualità dell’insegnamento, avevamo inserito forse provocatoriamente, anche la “RIFORMA DEI GENITORI”; cercherò di spiegare meglio cosa intendevamo con quella locuzione. Lo Stato, attraverso un sano meccanismo di selezione dovrebbe attribuire a docenti preparati il compito di formare le future generazioni, a partire dalla scuola primaria, fino al completamento del ciclo di studio obbligatorio ed oltre. Ci sono nella frase di cui sopra alcune affermazioni che analizzerò singolarmente, dopo una breve riflessione di ciò che è accaduto negli ultimi 50 anni. Ovviamente sono pronto ad ascoltare tutti i grandi esperti criticarmi per quello che vengo a dire, ma che deriva semplicemente dall’esperienza di quanto vissuto negli oltre 45 anni di insegnamento.

Nel 1968 mentre in Italia arrivavano le eco dei movimenti studenteschi internazionali, la discussione politica si concentrava su un tema assai importante, ovvero quello della distribuzione dei profitti che si erano generati in quel periodo che fu detto di “Boom Economico”. I sindacati ritenevano che dovessero essere redistribuiti ai lavoratori che li avevano prodotti, sotto forma di incrementi di stipendio, a questi si contrapponeva una figura di statista, Ugo La Malfa, che aveva avviato fin dalla fine degli anni 50 una scelta di tipo programmatoria (apertura al commercio internazionale, poi la nota aggiuntiva del ’62, i primi tentativi di programmazione, l’apertura a sinistra e l’avvio di quella politica che tra il 1969 e il 1971 nella cornice dei governi di centro-sinistra e del riformismo degli anni sessanta.si sarebbe chiamato progetto ’80).

Lo scontro duro che si aprì in quel tempo vide la saldatura delle posizioni sindacali con le istanza studentesche che chiedevano uno svecchiamento dell’Università, una democratizzazione degli accessi, il superamento dello strapotere dei baroni e la fine delle carriere familistiche. Le sacrosante istanze portate avanti dai giovani vennero fraintese nella parte applicativa, sia per la resistenza degli stessi baroni, sia per le analoghe motivazioni che vedono oggi i giovani inseguire il reddito di cittadinanza o altre prebende varie.

“Esame garantito barone sei finito” Era uno degli slogan di quell’epoca. Il 18 politico, gli esami collettivi, erano amenità con le quali furono risolte molte delle tensioni, mentre sul piano dei problemi sociali ed economici fu l’incontro tra Ugo La Malfa Il fautore della programmazione e della politica dei redditi e Luciano Lama, allora Segretario dei metalmeccanici della CGIL, che portò all’avvio di un modo nuovo di fare politica.

Dopo Di Vittorio fu Lama ad essere guida riformatrice della CGIL, all’epoca chiusa ad ogni apertura programmatori. Verso la fine della sua vita in una intervista, volle definirsi, “come un riformista unitario o, se si si vuole, un riformatore unitario. Unitario nel senso pieno del termine unità dei lavoratori, unità delle forze politiche che si riconoscono nella causa della emancipazione del mondo del lavoro perché si raccolgano tutte le energie disponibili attorno agli obiettivi che vogliamo realizzare.”

Ma a quel tempo fu necessario a La Malfa ricordare a Lama che bisognava pensare anche ai “Fratelli del Sud” e che una parte delle risorse avrebbe dovuto essere destinata a quello scopo.

Mentre nel mondo del lavoro si proponevano soluzioni che avrebbero condotto ad una visione costruttiva dell’economia, anche se con tempi ancora lunghi, il mondo dell’Università portava a costruire figure professionali la cui qualità cominciava ad abbassarsi. I migliori venivano subito assunti nelle imprese pubbliche o private che in quella fase di crescita avevano bisogno di tecnici capaci, altri venivano assorbiti a livelli più bassi e comunque formati nelle aziende, ed i più impreparati venivano ad ingrossare le fila di quelli che furono definiti disoccupati intellettuali. Incominciò a crescere la pressione per questa preoccupane condizione e la politica cercò di porre rimedio. Iniziarono così micro interventi assai significativi: nei primi anni settanta l’istituzione dei doposcuola statali (libere attività complementari e studio sussidiario), le prime esperienze di scuola integrata (parallele al tempo pieno nella scuola elementare), le 150 ore per gli adulti che dovevano recuperare la “loro dispersione” e infine, ma siamo già al 1984, il tempo prolungato fino a 16 anni. Queste attività furono affidate a quei giovani disoccupati intellettuali che portarono il contributo della loro ignoranza alle iniziative avviate. Si trattò in fondo di una qualche forma di sussidio paragonabile ai redditi di inclusione o di cittadinanza odierni ma su scala più ridotta. Il fenomeno innescò un processo che si avvitava su se stesso; si creavano aspettative di conservazione di uno status, si andava a formare una classe di giovani che invecchiavano in attesa di una “sistemazione definitiva”, occupati nella formazione senza aver superato nessun concorso che ne affermasse la preparazione, proiettando nel tempo il lassismo dal quale erano stati generati. Venivano modificati i programmi in senso riduttivo, il buonismo esasperato portava alla creazione delle condizioni oggi sotto gli occhi di tutti.

La perdita di autorità conseguenza della perdita di autorevolezza dei docenti faceva nascere la nuova figura dell’insegnante come amico dei discenti, allo stesso modo le figure genitoriali assumevano la stessa permissiva condizione di succubi della indisciplina dei figli.

Questi nuovi docenti hanno formato i futuri insegnanti anche loro presi nella spirale. Non voglio dire che tutti quelli usciti dalla scuola siano necessariamente tutti allo stesso livello. Nelle scuole più elitarie del centro delle città si concentrava l’élite dei professori più anziani e preparati che ancora conservavano il vecchio carisma mentre nelle zone più periferiche si esacerbavano le condizioni di marginalità.

L’insipienza di una politica incapace di affrontare quei problemi si è confermata, negli ultimi tempi, nella nomina di un ministro sindacalista che della scuola conosce quello che ha imparato nel suo breve periodo di preparazione al diploma triennale di maestra di scuola dell’infanzia. Innalzata alla dignità di Ministro a proporre soluzioni alla stregua di Gentile e di Croce, ha brillantemente risolto il problema dei centomila precari immessi in organico senza alcuna verifica delle reali capacità di insegnamento e di preparazione.

La realtà è che il solo problema che sembra interessare i partiti tradizionali nessuno escluso, è la gestione del potere senza che il manovratore possa essere disturbato. Che siano 80 euro, o i vari Bonus, o i 500 euro per i diciottenni o gli stessi per gli insegnanti per comprare libri o riviste, spesso trasformati in denaro contante per soddisfare necessità tutt’affatto diverse, fino alle proposte elettorali quali redditi di cittadinanza o di inclusione o di dignità, tutti palliativi per contenere una piazza che chiede lavoro e servizi, quali ad esempio istruzione e sanità.

Lo Stato ha garantito nel tempo questi desideri ampliando i servizi, ma la logica efficientista ha messo in discussione questa impostazione. Invece di eliminare gli sprechi si sono eliminati i centri che li determinavano; stipendi quasi da fame per gli insegnanti e gli altri anelli della catena della cultura, scuole fatiscenti prive di manutenzione, ospedali soppressi e conseguenti transumanze per ottenere prestazioni sanitarie ed allungamenti delle file d’attesa per indagini o per terapie sofisticate, senza una chiara politica di eliminazione degli sprechi e delle ruberie.

Ovviamente il problema sorge per le classi meno abbienti, perché per gli altri ci sono strutture sanitarie efficienti, scuole nelle quali si preparano i futuri membri delle classi dirigenti, scuole ed università dove pagando rette assai elevate non si compra solo e non sempre istruzione e cultura ma principalmente l’inserimento immediato nelle strutture produttive.

Sono tutte azioni che vedo oggi come le nuove leggi razziali.

Non basate sul colore della pelle o sulla religione e sulle convinzioni politiche ma semplicemente sulla appartenenza della razza dei dominanti o dominati, etichettati di volta in volta con obsolete definizioni di destra o di sinistra; la cosa più triste è che i dominati non ne sono consapevoli. Attendono le mance che verranno loro elargite e non hanno interesse all’affrancamento accettando una scuola che non sembra più in grado di svolgere il ruolo assegnatole di educatrice a completamento dello stesso ruolo che dovrebbero svolgere i genitori. Da qui l’indicazione di un obiettivo programmatico ovvero della “RIFORMA DEI GENITORI”.

Il 25 aprile del 1945 il Paese con tutte le forze democratiche ebbe la forza di liberarsi del nazifascismo, e giustamente nella ricorrenza di quell’evento siamo tutti a festeggiare; non sono certo che oggi si abbia piena consapevolezza del significato di quella data.

Voglio riportare le parole scritte oggi da Widmer Valbonesi:

RICORDARE LA RESISTENZA È UN MODO PER NON DIMENTICARE I VALORI DELLA LIBERTÀ, DELLA DEMOCRAZIA SENZA DISTINZIONI DI RAZZA. RICORDARE LA RESISTENZA PER I REPUBBLICANI È L’OCCASIONE PER RIBADIRE LA VOLONTÀ DI LOTTARE PER L’ATTUAZIONE ELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA. NOI AVEMMO LA REPUBBLICA MA LA CULTURA CLERICO FASCISTA DA UNA PARTE E IL MASSIMALISMO COMUNISTA DALL’ ALTRO NON HANNO CONSENTITO LA REALIZZAZIONE DELLA REPUBBLICA. IL PATRIOTTISMO COSTITUZIONALE REPUBBLICANO VA RIBADITO OGGI IN CUI LA POLITICA DA MEZZO PER LA REALIZZAZIONE DELL’INTERESSE GENERALE È DIVENTATA LOTTA PER LA CONQUISTA DEL POTERE. LA REPUBBLICA É UN PATTO SOCIALE CON REGOLE CONDIVISE CHE UNISCE GLI ITALIANI. LA POLITICA PRIVA DI QUESTA TENSIONE E CONSAPEVOLEZZA MORALE DIVENTA SCONTRO SOCIALE, DIVISIONE TERRITORIALE, RAPPRESENTANZA DI INTERESSI PARTICOLARI, DOMINIO DEI POTERI FORTI, CRESCITA DI INGIUSTIZIA SOCIALE. PER CAMBIARE TUTTO QUESTO I PATRIOTI DELLA REPUBBLICA CHE SONO I REPUBBLICANI DEL PRI E COLORO CHE CREDONO CHE OCCORRA EDUCARE IL POPOLO E I CITTADINI A CONOSCERE I VALORI DEL RISORGIMENTO, DELLA RESISTENZA E DELLA REPUBBLICA IL XXV APRILE RENDONO OMAGGIO AI COMBATTENTI DELLA RESISTENZA, ALLE VITTIME DEGLI ATROCI DELITTI RAZZIALI E DEL FANATISMO NAZIFASCISTA. UN OMAGGIO PER NON DIMENTICARE UN IMPEGNO A NON MOLLARE”.

Obiettivi che oggi sono quelli di un programma riformatore, quale quello da noi presentato durante la campagna elettorale per cambiare questa società democraticamente, dando concretezza ai valori storici quale l’uguaglianza delle condizioni di partenza, la libertà, la democrazia, lo sviluppo, la conoscenza, la giustizia, la salute, la pace. Sono i valori che contano nel progresso umano, e quindi non dobbiamo abbandonarli all’ideologia, ma viverli quotidianamente. Sono i valori da consegnare ai giovani d’oggi, animandone lo slancio e la passione, come è stato per tanti di noi nel dopoguerra.

Dormienti destavi la verità è la vita. (Giordano Bruno)

Giuseppe Moesch

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